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Finanziaria, previdenza e scuola: le ragioni del dissenso
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1. Finanziaria, previdenza e scuola: le ragioni del dissenso
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da CONQUISTE DEL LAVORO

Finanziaria, previdenza e scuola: le ragioni del dissenso

di Daniela Colturani

L'elenco delle promesse mancate di questo governo rischia di non finire mai. Diventa imbarazzante anche per chi, come noi, alle promesse ha sempre creduto poco o niente. Meno tasse, più lavoro, più sviluppo, più investimenti per la formazione, grandi opere pubbliche erano i punti su cui è stata costruita la sua vittoria elettorale. Erano le voci di quel contratto con gli italiani che Berlusconi ha firmato davanti alle telecamere. Stile mediatico a parte, il programma era un po' fantasioso e improbabile e la realtà si è incaricata di dimostrarlo più di quanto fosse lecito augurarsi.
Una per una stanno esaurendosi le aperture di credito dell'opinione pubblica e delle parti sociali (noi tra queste) che avevano scelto di negoziare e misurarsi sui problemi. Il Patto per l'Italia, che aveva suscitato attese ragionevoli (c'era pure un capitolo sulla formazione e l'educazione per gli adulti), è caduto nel dimenticatoio. I cittadini sono delusi e i partiti della maggioranza divisi.
Costituita per durare cinque anni, questa coalizione, forte di una maggioranza parlamentare senza precedenti (neanche De Gasperi), sembra avere i giorni contati. Forse non ci sarà crisi, ma un rimpasto sembra certo a gennaio. Non ci interessa seguire i pronostici quotidiani, soprattutto quando dipendono dalle urla e gli sproloqui di qualche ministro (non lo nominiamo per evitare pubblicità gratuita), ma intanto le risse continuano e con esse la confusione e la instabilità.
Che il paese non senta bisogno di incertezze è troppo facile osservarlo. Viviamo una fase economica e sociale che desta allarme. I lavoratori dipendenti avvertono sulle loro spalle il carico del rialzo del costo della vita, che toglie potere d'acquisto e rende meno convincente il nostro ostinato richiamo alla politica dei redditi. Non c'è dialogo sociale né concertazione, i tavoli non si convocano o saltano, incognite serie gravano sui contratti in corso e su quelli da rinnovare.
Se guardiamo a questi due anni il bilancio non è allegro, non solo dal nostro punto di vista sindacale e categoriale. E’ il paese che soffre e si smarrisce. Così crediamo, e saremmo lieti di essere smentiti.
Il futuro non prepara scenari più sereni. Anzi. Parliamo di uno sciopero generale nazionale che non era in preventivo, e che non sappiamo ancora, siamo qui per discutere, come sarà accolto dal personale della scuola, in questi mesi chiamato più volte a protestare e a mobilitarsi.
La controriforma delle pensioni ha i caratteri tipici di una mossa provocatoria gratuita, fatta apposta per suscitare il malcontento e non portare nulla a casa. E' peggio che un crimine, avrebbe detto qualcuno, è un errore. Di fronte ad esso, la nostra reazione non può che essere immediata, indignata, compatta. Ci voleva Berlusconi per spingere la CGIL a tornare a essere unitaria, anche se Epifani finge di non capire ed esibisce l'aria compiaciuta di uno che pensa di averle finora indovinate tutte.
Le pensioni sono un tema vitale ed esemplare. Dire no alle proposte del governo è doveroso e importante per mille ragioni, di forma e di sostanza, di metodo e di merito. Il governo ci ha messo dinanzi al fatto compiuto, intimandoci di prendere o lasciare in tre giorni e sapendo in anticipo quale sarebbe stata la risposta. Ha voluto esasperare lo scontro, preferendo il modo più duro e arrogante. Ha aspettato l'occasione della Finanziaria, negando la parola data, per rendere più drammatico l'effetto d'annuncio e indicarci al paese come capri espiatori.
La manovra non e riuscita, i sondaggi cominciano a dare brutti numeri, la gente non ci sta. Non è nemmeno detto che sia portata sino in fondo e che il furore iniziale abbia seguito. Affiorano già ripensamenti, la strada parlamentare è lunga e piena dì agguati, alla fine tutto potrebbe rivelarsi uno scherzo di cattivo gusto. In ogni caso, è bene fare chiarezza tra noi e ribadire i motivi e i contenuti della nostra posizione.
Non c'è alcuna emergenza previdenziale su cui intervenire. Da correggere semmai è la politica economica del governo, la sua incapacità di indicare valide prospettive di sviluppo e di occupazione che invertano la tendenza sfavorevole.
La crescita di quest’anno sarà dello 0,50%: troppo poco. Per l'anno prossimo, l’obiettivo dell'espansione dell’1,9%, su cui Tremonti giura, é stato giudicato "ardito" dal governatore della Banca d'Italia, che è un signore prudente ed educato. Richiede che l'economia marci al ritmo del 3%. La "sostanziale stagnazione" di quest'anno denuncia i sintomi di una malattia: caduta delle esportazioni del 12% su base annua, flessione degli investimenti del 7,7%, una domanda interna declinante, un'inflazione attestata al 2,9%.
La riduzione del rapporto tra debito pubblico e PIL (106%) non sarà possibile senza aggiustamenti significativi. Il governo ha però imboccato la via dei condoni e delle una tantum, e ha trovato nelle pensioni un buon pretesto per far quadrare i conti al ribasso. Si tratta in realtà di trucchi contabili utili (ma legittimo qualche dubbio) per ottenere il beneplacito europeo e un allentamento dei vincoli dei patto di stabilità. I risparmi previsti dalla controriforma sono infatti ipotetici, rinviano alla data miracolosa del 2008. E’ facile che vengano annullati nel breve periodo dalla fuga anticipata di centinaia di migliaia di lavoratori. L'esperienza insegna che ogni cambio di regime previdenziale provoca panico e abbandoni e la nostra categoria ne sa qualcosa.
Il regime previdenziale attuale è in equilibrio. La riforma Dini del 1995 fissa al 2005 la verifica sul suo andamento. Non c'è ragione di anticiparla. L'Europa non lo chiede e insiste su altre distorsioni del nostro sistema produttivo: lavoro nero, evasione fiscale, scarsa protezione dei disoccupati e delle famiglie. Ci invita a mettere mano agli squilibri storici del nostro stato sociale, su cui il Patto per l’Italia si era pronunciato indicando qualche soluzione (rivalutazione delle indennità di disoccupazione, modifica degli ammortizzatori sociali, ecc.).
Dal 2008 verranno abolite le pensioni di anzianità, e si determineranno odiose disparità fra lavoratori a seconda dell'età e della posizione professionale. Per un giovane con lavori intermittenti raggiungere 40 anni di contributi sarà una chimera.
Nel frattempo permangono differenze di trattamento inammissibili. Non si provvede a parificare, o almeno avvicinare, le aliquote contributive fra i diversi tipi di rapporto di lavoro (dipendente, autonomo, a collaborazione continuativa) e non si dà luogo alla previdenza complementare, che é pilastro basilare e non rinviabile. Senza previdenza complementare i nuovi assunti sono destinati a una vecchiaia povera.
Questo e altro sembrano non turbare i sonni dei paladini della controriforma, persi dietro i dogmi finanziari e l’idolatria delle cifre, sordi a ogni richiamo al buon senso e all'equità. Lo sciopero generale è a questo punto inevitabile, anche se, c'è da temere, non risolutivo.
Prepariamoci dunque a una lotta che sarà lunga, cruenta e forse senza vincitori. L’impegno nostro è che si scongiuri il peggio, si costringa il governo a retrocedere, si guadagni una sede di concertazione dove discutere sul serio dalle scadenze di medio e lungo termine. Quelle che vanno dalla verifica del 2005 in poi , se si ripristina il "nostro" calendario, saranno comunque impegnative per noi attivi e per chi verrà dopo di noi. Sarà una vera resa dei conti fra generazioni, da trasformare in un nuovo patto di democrazia. L'alternativa è la "macelleria sociale" come la chiama qualche buontempone.
Anche all'interno del sindacato, superata la fase della protesta legittima, occorre fare uno sforzo progettuale più chiaro: parlare con linguaggio onesto e coerente agli anziani e ai giovani, agli attivi e ai pensionati, ai dipendenti pubblici e a quelli privati. Su pochi temi, come sulle pensioni. i lavoratori sono sensibili alle discriminazioni, alle iniquità, alle rendite, ai privilegi, alle ipocrisie.
La strada faticosa che la riforma Dini aveva lasciato intravedere si è interrotta presto, forse anche per colpa nostra, e va ripresa con urgenza. Diversamente è la giungla e ogni appuntamento con la legge Finanziaria sarà una prova da giorno del giudizio, una sorta di rito sacrificale a danno dei più deboli e meno tutelati.
La Finanziaria di quest'anno conferma forti timori in questo senso. Non propone né rigore né sviluppo, in compenso prosegue con i tagli a colpi d'accetta e individua nella scuola una delle vittime predestinate, secondo la tradizione cara ai governi di ogni colore.
Doveva trattarsi della Finanziaria che lanciava la riforma Moratti. Erano stati stanziati sulla carta 8.320 milioni di euro per un piano quinquennale di investimenti mirati alla qualità del servizio, alla formazione del personale, all'avvio graduale dei nuovi cicli scolastici.
Chiacchiere. In Finanziaria sono previsti appena 90 milioni, poco più dell’1%. Nessun investimento a sostegno della riforma, niente per la valorizzazione del personale, l’autoaggiornamento e la formazione. C’è in più, un inasprimento dei parametri per gli esoneri e i semiesoneri ai collaboratori del dirigente, che, come al solito, fa a meno di riconoscere la complessità gestionale ed organizzativa delle scuole e mina la funzionalità del servizio.
Grave è anche l’ulteriore intervento unilaterale su materie contrattuali come la mobilità del personale.
La Riforma Moratti non ci piace e il primo decreto attuativo ci provoca contrarietà. Le sorti della scuola però ci stanno a cuore e fa male vedere ignorati i suoi veri problemi, in forme così plateali e spudorate, dopo i proclami, gli abbracci, i complimenti tra ministri e premier, le solenni dichiarazioni di interventi immediati e strategici sul sistema formativo,
Le distanze tra parole e fatti divengono incolmabili. Di questo passo è la nostra democrazia che perde credibilità e i soggetti politici e sociali insieme con essa. "A causa di una politica che trasmette alla società le proprie divisioni e le allarga. Che invece di dissolvere le paure, le inventa. Invece di costruire il consenso, alimenta il dissenso" (Diamanti).
Se non vogliamo farci trascinare dalla deriva, dobbiamo reagire e ritrovare, come categoria e dentro il movimento confederale unitario, un terreno d'azione nuovo che rilanci istruzione e formazione come grandi priorità nazionali.
L'Accordo su sviluppo, occupazione e competitività firmato tra CGIL CISL UIL e Confindustria nel giugno scorso contiene un ampio documento sulle politiche della formazione e la valorizzazione delle risorse umane. Per quanto parziale, può offrire spunti molto interessanti per una ripresa di iniziativa sindacale e politica su questi temi.
E' il caso di ricordare a noi stessi che solo il 42% della popolazione adulta italiana ha un diploma di scuola secondaria (è il 62% in Francia e lྍ% in Germania), e che il tasso di diploma fra i 19enni sfiora appena il 70% (contro lྍ % della Francia e lྕ% della Germania). E che abbiamo il tasso di dispersione scolastico più alti d'Europa: 30% nella fascia d'età tra 14 e 19 anni, mentre il tasso medio europeo è del 20% e quello tedesco è inferiore al 10%. Il vertice di Lisbona del marzo 2000 ha indicato fra gli obiettivi da conseguire: l'apprendimento lungo tutto l'arco della vita, a partire dalle fasce a rischio di esclusione; aumento degli investimenti pro capite in risorse umane; elevamento del livello di istruzione per i giovani ampliando la gamma delle opportunità formative; ridefinizione delle competenze di base (l’analfabetismo informatico colpisce due italiani su tre, e non c'entra solo l'uso del computer); miglioramento dell'occupabilità dei giovani, tramite l’alternanza diffusa, e degli adulti, tramite la formazione continua.
Sono cose che ci riguardano molto da vicino. Non sono decisive solo sul versante del sistema produttivo ma anche e soprattutto su quello della crescita civile e sociale della nazione. Nel documento si chiede a Regioni, Parlamento, Governo di far propri per il 2010 alcuni degli impegni fondamentali stabiliti a Lisbona, verificando nel tempo i risultati: 85% di giovani con diploma di istruzione o con qualifica professionale; un tasso di partecipazione degli adulti all'istruzione e alla formazione aumentato del 30%; il dimezzamento del tasso di abbandono scolastico.
Obiettivi nazionali dovranno essere previsti per aumentare il numero degli studenti che frequentano corsi di istruzione e formazione professionale, il numero di diplomati e laureati, il numero di adulti che frequentano i corsi Eda e di occupati che fanno formazione continua. Risulta essenziale a questo fine il rafforzamento delle infrastrutture formative nel Mezzogiorno e la diffusione delle esperienze di alternanza.
Sindacati e imprenditori industriali hanno chiesto che su questi punti si aprisse il confronto con il governo e le Regioni nella fase di elaborazione dei Dpef per definire in quella sede risorse adeguate, criteri e direttive per il loro impiego ottimale (estendendoli anche al Fondo Sociale Europeo).
E' facile capire come sia andata a finire. La lettura della Finanziaria scoraggia qualunque ottimismo residuo e tuttavia il discorso non va lasciato cadere.
Non chiediamo che sia riaffermato con forza e che divenga piattaforma primaria di una nuova fase di concertazione. Alla quale, prima o poi, bisognerà tornare se non si vuole che il paese passi dallo stallo al declino.
Il calo demografico non si ferma con il taglio delle pensioni. Il sistema previdenziale può stare in equilibrio solo allargando e riqualificando, per gli italiani e par gli immigrati, le opportunità di lavoro stabile e regolare. All'origine e al centro di questo processo c'è la scuola, c'è il sistema formativo, c'è l'impegno del personale da riconoscere, facilitare, valorizzare
Qualcosa di più profondo e più alto di quanto sospetti il Ministro che, inaugurando l'anno scolastico ha invitato a studiare "per ottenere posti di lavoro bene remunerati". Superando di slancio ogni limite di ridicolo, gli illustri pedagoghi (scusando la parola) che hanno elaborato il famigerato "portfolio di competenze" scrivono che è necessario "percepire il profilo professionale" dei bambini fino a dieci anni informando la famiglia di eventuali "scostamenti" che possano far "divergere da tale direttrice". La scuola, come "lunghissima anticamera davanti alla porta del capoufficio, come "spietata selezione del personale", che hanno in mente certuni (a destra e a sinistra), e che il Ministro Moratti, lo sappia o no, finisce col fare propria, non è la nostra.
Nostra è l'idea di una scuola che corregga le disuguagliarne anziché amplificarle, come purtroppo rischia di tornare a fare, e dia a ciascuno occasioni permanenti di elevazione di sé e del contesto sociale, civile ed economico in cui agisce. Una scuola che orienti ai percorsi di vita e prepari al lavoro, ma non esaurisca in ciò la sua funzione e sia fattore di sviluppo collettivo, di promozione umana e culturale.
Crediamo che sia questo alla fine il messaggio che ci viene dall'Europa, nel momento cruciale del suo allargamento a 25. Il fatto che l’Italia stenti ancora a recepirlo è forse la causa principale del suo profondo malessere.

Daniela Colturani


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Date: 15 Oct, 2003 on 18:13
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