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Due studenti su tre lavorano per pagare l’università
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1. Due studenti su tre lavorano per pagare l’università
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da Il Corriere della Sera
14 ottobre 2003

Due studenti su tre lavorano per pagare l’università

In media 851 euro l’anno di tasse, ma il costo più alto sono gli alloggi. E gli atenei dovranno chiedere ancora di più

Per rendere l’idea, l’immagine migliore sarebbe la celebre sequenza di Sordi ne I vitelloni di Fellini, « lavoratoriii! », con quel che segue. Perché gli 851 euro di media che gli studenti italiani devono spendere ogni anno in tasse universitarie «sono destinati a crescere» ma non dicono ancora nulla, primo perché le tasse variano secondo gli atenei e come tutte le medie vale la legge del pollo di Trilussa (io mangio un pollo, tu stai digiuno e in media si è mangiato mezzo pollo a testa) e secondo perché le tasse, in fondo, sono ancora il meno. Fare lo studente costa, soprattutto in un Paese dove mancano alloggi universitari, ai ragazzi si chiedono affitti privati da codice penale e il famoso «prestito d’onore» fatica ad affermarsi da dodici anni. E basterebbe considerare che a quasi due studenti su tre tocca lavorare durante gli studi per sbarcare il lunario o almeno arrotondare: solo il 36,9 per cento, rivela l’indagine del consorzio «Almalaurea», si può dedicare serenamente a studio e lezioni. Tra «lavoratori studenti», «studenti lavoratori», impieghi part-time o lavoretti in nero, il 62 per cento dei ragazzi cerca d’arrangiarsi in qualche modo.

ALLOGGI - Si arriva a casi limite come quello di Milano, quarantanovemila studenti «fuori sede» su centosettantatremila e una spesa media di mille euro al mese, a conti fatti 51.216 euro per laurearsi in quattro anni tra università, alloggio (media: 450 euro mensili), generi di prima necessità e uno straccio di tempo libero, come rivelava una ricerca dell’associazione «MeglioMilano». Ma il problema è generale, «per tradizione la nostra università ha una quantità di posti letto un po’ più alta della norma ma non basta, chiaro, anche a Bologna i prezzi degli appartamenti tendono ad essere folli, vista la richiesta», sospira il professor Fabio Roversi Monaco, per quindici anni rettore del più antico ateneo del mondo. «La dotazione di servizi è assolutamente insufficiente, soprattutto non si è investito in quelle che sono divenute grandi città universitarie, come Milano o Roma», riassume il professor Carlo Secchi, rettore della Bocconi. I dati parlano da soli, del resto: l’associazione «Treeelle» calcola che in Italia ci siano 30 mila alloggi nelle residenze universitarie, pari al 2 per cento degli studenti iscritti, per di più concentrati per un terzo fra Pavia, Urbino e Cosenza, città «residenziali» per tradizione. La media europea varia dal 10 al 20 per cento, «un’offerta da 5 a 10 volte superiore a quella italiana».

MOBILITÀ - C’è poco da stupirsi se l’81,5 per cento degli studenti si immatricola nelle regioni in cui risiede. I ragazzi non s’allontano da casa, salvo rari casi d’eccellenza come la Bocconi, («il 60 per cento viene da fuori Lombardia»), e l’immobilità degli studenti «non è certo un bene per la crescita del Paese», considera Carlo Secchi, «la classe dirigente dovrebbe girare e così si perpetuano parrocchiette, provincialismo, minipatrie».

STUDI - I costi dell’università e la quantità di studenti che lavorano, fra l’altro, si riflettono pure sull’età degli studenti: l’età media dei «lavoratori- studenti» che si laureano è maggiore di quattro anni rispetto a quella già alta degli studenti a tempo pieno, 30,6 anni contro 26,6. L’età media degli studenti, del resto, è arrivata a 23,4 anni, un anno e mezzo più di dieci anni fa.

BORSE - Così il problema centrale diventa quello del cosiddetto «diritto allo studio». Il numero di «borsisti» dal ’96 è passato da 63 mila a 118 mila, ma in realtà la situazione varia secondo le regioni, rivela una ricerca di «Treellle»: in media si riesce a soddisfare il 79,2 per cento di coloro che ne avrebbero diritto (era il 54,9 nel ’96) ma a guardare nel dettaglio - Trilussa insegna - si vede che al Nord la percentuale è l’83,4, al centro il 90,6 e al Sud il 65,7. «La Calabria arriva solo al 26 per cento».

PRESTITI - In ogni caso non basta. «Il vecchio diritto allo studio, con i finanziamenti a pioggia, non aiuta chi ha bisogno e ha ormai finito col mostrare la corda», spiega ancora il rettore della Bocconi. In teoria, dal dicembre del 1991, si è previsto pure in Italia il cosiddetto «prestito d’onore». Una banca, ad esempio, anticipa i costi di studio ad un giovane che si impegna a restituire il denaro con i primi guadagni. Un’analisi del comitato nazionale di valutazione del sistema universitario suggerisce «un sistema misto di borse e prestiti», spiega che «la Gran Bretagna, dopo aver sostituito le borse con i prestiti», si è accorta che «il livello di indebitamento degli studenti era tale da scoraggiare soprattutto i più disagiati» e alla fine è stata costretta a «reintrodurre anche le borse di studio». Fatto sta che in Italia i prestiti d’onore faticano a farsi strada: nel 2001, per dire, se ne contavano 148 contro i 960 mila della Gran Bretagna. Perché? «All’inizio chiedevano garanzie patrimoniali, come nei prestiti normali, ma in realtà qualcosa si sta muovendo, noi in Bocconi abbiamo cominciato con i master, le banche si stanno rendendo conto che la strada è promettente - dice il professor Secchi - un modo per conquistare futuri clienti che rimborseranno i debiti e resteranno poi legati all’istituto di credito».

FINANZIAMENTI - Di certo esiste un problema culturale, «con i prestiti i ragazzi diventano più responsabili e d’altra parte lo stesso concetto vale per i finanziamenti delle università. Resta l’idea che gli enti "culturali" siano finanziati dallo Stato, atenei come il Politecnico e la Bocconi, fondati più d’un secolo fa da privati, oggi non potrebbero più nascere». Ancora adesso, per dire, non esistono detrazioni fiscali, «se lei dà mille euro alla Bocconi io la ringrazio, ma lei non può dedurli dalle tasse...». Eppure anche qui qualcosa si muove, «la strada ormai è obbligata, per sostenersi gli atenei dovranno cercare altre forme di finanziamento e anche aumentare le tasse, certo, è inevitabile. Ma si tratta di portare più mercato, in senso buono, un sistema di incentivi e stimoli per studenti e università. Dopodiché, è chiaro, anche gli atenei dovranno gestire in modo più efficiente le loro risorse e offrire agli studenti i servizi che oggi non hanno». Pure Fabio Roversi Monaco non ha dubbi: «Nell’85 ho ripianato un bilancio terrificante dell’università aumentando le tasse ai ragazzi. All’inizio ci sono state proteste ma poi i ragazzi hanno capito che la richiesta era sostenibile e ne valeva la pena: la possibilità di ragionare c’è, alla fine gli studenti chiedono maggiori servizi».

Gian Guido Vecchi


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Date: 14 Oct, 2003 on 07:51
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