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Subject  :  Università e nuovi criteri per i fondi
Author  :  edscuola redazione@edscuola.com
Date  :  19 Oct, 2003 on 08:04
da Il Corriere della Sera
19 ottobre 2003

Università e nuovi criteri per i fondi
La Sapienza perderebbe 83 milioni

Il calcolo dei finanziamenti secondo il sistema annunciato dal ministro Moratti Bologna la più penalizzata. Il rettore del Politecnico di Milano: bene anche la pornotax

«Guardi, se può servire, a me va benissimo anche la pornotax », sorride il professor Giulio Ballio. E se lo dice il rettore del Politecnico di Milano, uno degli atenei italiani d’eccellenza, tra l’altro all’avanguardia nel rapporto con le imprese, significa che la situazione finanziaria delle università è davvero poco simpatica, «dico sul serio, pure la tassa sul tabacco o l’alcool...». Del resto a mezza voce lo dicono tutti, in origine funzionava così: «I rettori andavano al ministero col piattino in mano», quello che si dice un sistema scientifico e trasparente. Detto altrimenti, la quota di finanziamento alle università dipendeva dal potere politico degli atenei e buonanotte, la qualità dei corsi o il numero di iscritti erano variabili accessorie, «quando arrivai al Politecnico, nel ’94, scoprii che il contributo dello Stato per studente era fra i più bassi d’Italia, da non crederci, atenei simili avevano il doppio», ricorda Adriano De Maio, oggi rettore della «Luiss» di Roma e coordinatore del gruppo di consulenti del ministero.
Ecco, bisogna partire da questo squilibrio originario se si vuole capire la determinazione del ministro e l’ansia dei rettori. Letizia Moratti, con piglio cartesiano, sta cercando di dare ordine al caos primigenio e definire parametri di finanziamento validi per tutti. C’è da dire che li sta applicando per una quota minima del fondo globale: la parte destinata al cosiddetto «riequilibrio» in favore degli atenei «sottofinanziati», fissata nel ’95 all’1,5 per cento del fondo ministeriale, è salita fino al 9,5 per cento del 2003. Significa che il 9,5 per cento del fondo viene messo da parte e ridistribuito alle università in base al numero di studenti iscritti (per un 70 per cento) e ai «risultati», tipo gli esami superati dai ragazzi.
Si procede con i piedi di piombo, anche perché se gli stessi criteri regolassero d’improvviso tutto il fondo statale, un’università come la Sapienza di Roma quest’anno avrebbe 83 milioni secchi di euro in meno - 433 milioni anziché 516 - e potrebbe pure chiudere stamattina, con tanti saluti ai ragazzi. Non sarebbe la sola.


I FONDI - Ma prima di vedere quali sono gli atenei che hanno di più e di meno, almeno secondo i criteri del ministero, bisogna dire che tutto sommato nessuno naviga nell’oro, anzi: la spesa per l’università in Italia arriva allo 0,8 per cento del Prodotto interno lordo mentre la media nell’Unione europea (Ue) è dell’1,2 per cento e quella Ocse arriva all’1,3. Come spiega Attilio Oliva, presidente esecutivo dell’associazione Treellle , «il nostro Paese spende circa dieci miliardi di euro nell’istruzione terziaria, per adeguarsi alle media Ue dovrebbe mettere altri cinque miliardi». Ora gran parte dei soldi, 6.l63 milioni di euro su 10.032, arrivano dal «Fondo di finanziamento ordinario» del ministero. La quota privata è assai ridotta e per lo più si deve alle tasse degli studenti, 1.381 milioni di euro. Il contributo delle imprese è minimo, la voce «enti pubblici e privati, Ue e entrate di ricerca» arriva ad appena 950 milioni.


SQUILIBRI - In parole povere, i fondi sono scarsi e per tradizione mal distribuiti. Di qui lo sforzo per mettere in piedi un sistema più equo e l’insistenza del ministro Moratti sulla valutazione dei risultati. Il «riequilibrio» dei fondi non significa ancora una graduatoria di merito: il fatto che un’università storicamente avesse di più non vuol dire che funzioni male. In ogni caso, in testa agli atenei «sovrafinanziati» c’è la Sapienza (83 milioni di euro in più, il 15,9 per cento dei suoi fondi), seguita da Messina (42 milioni di euro in più, il 24,9) e Genova (24 milioni in più, il 14,1).
Tra le università «sottofinanziate» guidano Bologna (il credito teorico è 38 milioni di euro, meno 11,5 per cento), il Politecnico di Milano (21 milioni, meno 14,3), Torino (20 milioni, meno 9,5) e, prima in proporzione, la Bicocca di Milano (17 milioni, meno 21,7). A conti fatti, trentadue università ricevono 258 milioni di euro in meno e altre ventiquattro incassano 262 milioni di euro in più.


RIMEDI - «Ma non vogliamo una guerra tra poveri», spiega Giulio Ballio, «sarebbe assurdo togliere i soldi alle università sovrafinanziate, la verità è che stanno alla canna del gas come noi, chiuderebbero tutte». E allora? «E allora le università che hanno meno dovrebbero essere riportate al livello dovuto senza sottrarre soldi alle altre, basterebbe uno stanziamento di 258 milioni in due anni. Mica si chiede la luna, del resto: in questi anni il Fondo statale non è cresciuto e la cosa ha messo nei guai tutti». Sarà che alcuni hanno assunto troppo, fatto sta che «l’83 per cento delle risorse se ne va in spese di personale» e addio servizi. Il Politecnico ha il dato migliore in italia, «67 per cento, ma i nostri docenti devono lavorare dodici ore al giorno...».


MIGLIORAMENTI - Prima, a quanto pare, andava peggio. «Siamo partiti da squilibri nei finanziamenti che oscillavano da meno 85 a più 40 per cento e ora si è arrivati intorno al 20», spiega Guido Fiegna, del comitato nazionale di valutazione del sistema universitario, «il riequilibrio ha indotto le università a comportamenti più virtuosi». L’idea è di estendere progressivamente il modello di finanziamento in base ai «risultati», con relativi «incentivi e disincentivi».
Come ha spiegato il ministro Moratti in una nota ai rettori, «dall’anno accademico 2005-6» si terrà conto anche di risultati come «la percentuale di abbandoni dopo il primo anno, la percentuale di immatricolati che nell’anno di prima iscrizione non abbiano ottenuto una adeguata percentuale di crediti, la percentuale di laureati nel limite della durata del corso e la percentuale di occupati ad un anno dalla laurea, considerando i diversi tipi di laurea».


RISCHI - Il rischio è valutare la quantità e non la qualità, la «corsa al ribasso» di cui parlava il professor Angelo Panebianco sul Corriere: se i soldi arrivano in base ai laureati in corso è un gioco da ragazzi, basta promuovere tutti quanti, alé. «Beh, alla fine si confida anche sulla tenuta etica del sistema», replica Fiegna, «e poi gli stessi timori c’erano dieci anni fa in Paesi del Nord Europa, come la Danimarca, che hanno scelto formule analoghe: la qualità non si è abbassata».


CRITERI MINIMI - Si vedrà. D’altra parte, si è già corsi ai ripari. Nel ’98 il famoso «riequilibrio» cominciò a calcolare buona parte dei finanziamenti in base al numero di studenti e fu così che fra gli atenei scattò la caccia all’iscritto e la moltiplicazione dei corsi per incamerare più soldi. E’ per questo che Letizia Moratti ha voluto definire i «requisiti minimi» nei nuovi corsi: numero di docenti, servizi, attrezzature e così via.
Gli stessi requisiti dal 2005 dovranno valere per tutti i corsi e quelli che non li rispetteranno non saranno calcolati nei finanziamenti.


PRIVATI - In ogni caso resta un altro problema di fondo: l’esiguità dei finanziamenti privati. Le tasse universitarie coprono buona parte della quota e comunque, per legge, non possono superare il 20 per cento del finanziamento che ogni università riceve dallo Stato, «una regola insensata», tuona Attilio Oliva, «è meglio chiedere di più agli studenti e offrire loro servizi migliori o lasciar languire gli atenei?».
Dopodiché c’è la questione del rapporto fra università e aziende, «e qui si confrontano due modelli, la media è bassa in tutta Europa ma altri Paesi Ocse come Stati uniti, Australia, Corea o Giappone hanno fondi privati cinque volte superiori». Un difetto tutto italiano, comunque, c’è: «Il governo delle università è così vecchio, assembleare e burocratico che le piccole e medie aziende scappano, per forza. Visto che non sono in grado di autoriformarsi, occorre una legge che ridefinisca la governance degli atenei: col Pleistocene non si va lontano...».

Gian Guido Vecchi


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